BANDO PER LA SELEZIONE ARTISTI

2020

Ratio

La compagnia Babi si occupa da anni di creazione e produzione di spettacoli attraverso l’uso dei differenti linguaggi artistici: nello specifico presenta una media di venti spettacoli annui, la maggior parte dei quali inediti e scritti in esclusiva per la compagnia, ai quali si affiancano progetti di museum theatre, di storytelling e di teatro-lezione.

 

In previsione di un incremento della propria attività, in Torino e in altre sedi nazionali e non solo, Babi vuole selezionare nuovi artisti sia per singole produzioni sia per un inserimento stabile in compagnia.

 

A chi è rivolto il bando

Il bando è rivolto a tutti gli artisti di arti del palcoscenico, siano essi attori, danzatori, cantanti, musicisti, performer, circensi e interpreti di qualsivoglia ulteriore forma artistica che possa avere valenza in uno spettacolo dal vivo. Babi, per sua tradizione, seleziona i propri artisti attraverso colloquio individuale e non attraverso curriculum in quanto ritiene indispensabile valorizzare le caratteristiche interpretative e psicoattitudinali dei candidati: in quest’ottica, per tanto, non è richiesta alcuna specifica conoscenza pregressa né attestazione di partecipazione/merito di scuole e accademie artistiche.

È ammesso all’audizione chiunque, senza distinzioni di sesso, etnia, orientamento religioso, politico o sessuale, abbia compiuto il sedicesimo anno di età (o lo compia entro il 31 dicembre 2020).

 

Modalità di partecipazione

Per partecipare al bando di selezione è indispensabile compilare il form indicato al termine della presente pagina entro il 7 ottobre 2020.

Per problemi e informazioni, è possibile scrivere via mail a segreteria.babi@gmail.com o tramite whatsapp al numero 351.8150719.

La partecipazione al bando è totalmente gratuita.

 

Svolgimento dell’audizione

Le audizioni si terranno, indicativamente, tra l’8 e il 15 ottobre 2020 in Torino in presenza; qualora non sia possibile, per situazione sanitaria, è altresì possibile concordare un colloquio in forma telematica.

 

L’audizione si comporrà di quattro momenti distinti:

  1. propria performance di massimo tre minuti (tema e modalità della performance sono a propria discrezione): in caso di eventuali necessità tecniche o logistiche, si invita a comunicarlo preventivamente o a provvedere autonomamente (l’audizione si svolgerà in uno spazio neutro (sala prove) privo di attrezzature sceniche o tecniche);

  2. presentazione di uno dei testi allegati (scarica il bando completo o leggili online): è possibile fare una lettura scenica o una interpretazione; qualora il candidato necessiti di ulteriori informazioni sul brano, può scrivere via mail a segreteria.babi@gmail.com o tramite whatsapp al numero 351.8150719; 

  3. lettura a prima vista di un testo scelto dalla commissione (in caso di candidato dislessico o con difficoltà di lettura, si richiede una preventiva comunicazione all’inizio dell’audizione);

  4. colloquio conoscitivo.

 

L’audizione sarà videoregistrata; la registrazione, necessaria ai fini della valutazione e conservata da A.P.S. Babi, non sarà diffusa per alcun motivo.

 

Esito

I candidati partecipanti riceveranno comunicazione scritta dell’esito della propria audizione, sia esso positivo o negativo, entro il 31 ottobre 2020: la commissione è disponibile a incontrare i candidati con esito negativo, su appuntamento, per discuterne le motivazioni.

 

Fattori di esclusione

Sono elementi di esclusione dalla partecipazione all’audizione:

  • età inferiore ai 16 anni compiuti (o da compiersi entro il 31 dicembre 2020);

  • incompletezza della domanda di partecipazione (dati personali, fotografia, presentazione);

  • incompletezza dell’audizione (mancanza di una o più delle quattro parti previste).

 

Nel caso in cui il candidato, impossibilitato a presentarsi, non abbia preventivamente indicato le proprie indisponibilità, la commissione potrà vagliare, se possibile, ulteriori appuntamenti o annullare la domanda di partecipazione.

La commissione non si fa carico di mancanze tecniche e logistiche non preventivamente richieste dal candidato.

 

Per qualsivoglia dubbio o domanda, inviare una mail a segreteria.babi@gmail.com

o un messaggio whatsapp al numero 351.8150719

TESTI IN AUDIZIONE

In sede di audizione, il candidato deve presentare, oltre a un proprio brano, un’interpretazione di uno dei testi seguenti, secondo propria scelta (a prescindere dal ruolo maschile o femminile del testo). Tutti i testi proposti sono opera di Walter Revello: per maggiori informazioni sull’opera, è possibile scrivere a segreteria.babi@gmail.com:

Elenco dei testi proposti

  1. Antigone, monologo di Antigone

  2. Assenza di donne, monologo di Toosa

  3. Cornuti, monologo di Tecla

  4. Domicilio via Caetani citofonare Moro, monologo del Rabbioso

  5. È sempre in ritardo, monologo di Avarizia

  6. Io comandavo Birkenau, monologo del Partito Nazista

  7. L’imperatore vive ancora, monologo della Basilissa

  8. Manicomi, monologo di Mercoledì

  9. L’uomo arrabbiato con Dio – Affamati, monologo del Padre Nostro

 

 

1. ANTIGONE, monologo di Antigone

Nel brano proposto, a parlare è Antigone, personaggio del mito greco, che si trova in bilico tra la legge divina, che impone la sepoltura dei morti, e quella civile, che ne è in netto contrasto.

 

Che cos’è una sedia? Un posto su cui buttare il proprio sedere stanco alla fine della giornata. Se

sei madre, una sedia ti permette di stare comoda mentre allatti tuo figlio, ma non è il tuo latte, non è il tuo seno, non sono le sue labbra. Se sei vecchio, una sedia ti permette di guardare ancora in faccia la vita, prima che ti venga strappata. Se sei bambino, ti permette il lusso di sentirti adulto senza averne il peso e l’odore. Ma se sei re, che cos’è una sedia? Ti permette di vivere una sedia se sei re? È l’unico pensiero nella tua giornata, l’incubo nella notte. Vivi per una sedia e per una sedia muori. Se sei re, passi il giorno intero a sperare di essere uomo, perché per un uomo, una sedia è solo una sedia.

Mio nonno aveva una sedia. Gli è stata strappata da sotto il culo e ne è caduto a terra. Morto. Mio padre aveva una sedia. Era quella stessa di suo padre ma non lo sapeva. Mio padre aveva una sedia sporcata di sangue. E su quella sedia si è seduto. Su quella sedia ha sposato sua madre. Su quella sedia l’ha scopata, su quella sedia ha dato vita a me, a due fratelli e a una sorella. Su quella sedia, sono diventata figlia di mio fratello. Su quella sedia, iniziata la mia esistenza è finita la mia vita.

 

2. ASSENZA DI DONNE, monologo di Toosa

Toosa è la madre di Polifemo. A seguito dell’incontro con Odisseo/Ulisse, il ciclope è rimasto cieco, fatto che lo porterà alla morte. Toosa, che si era sempre vergognata della mostruosità del figlio, si trova quindi libera da quell’onta. Il testo è disponibile anche in edizione pubblicata da Les Fleurs edizioni.

 

Il segno più nefasto della mia interminabile vita è stato lavato via. Sono libera da quel mio passato. Sono libera. Si è tolto la vita da solo il mostro che madre mi chiamava. Ha sbattuto forte la testa sulle rocce e il mare l’ha portato via. Quel mare che l’aveva creato, l’ha cullato mentre ad occhio chiuso chiudeva gli occhi della vita. E ne sono libera, ora. Niente più figlio, niente più vergogna. Anche se è morto così, il figlio mio. Ingannato da un semplice uomo, da quello che sarebbe dovuto essere il suo pasto. È morto il mio unico figlio. È morto accecato da nessuno, diceva stupidamente. Nessuno m’ha colpito. Nessuno mi ha ferito.

Ma di nessuno, uno solamente.

E ora sono sola, priva di passato, di vergogne. Avrà grande fama, diceva il padre di mio figlio. Ebbe grande morte, diranno, grossa come era il suo occhio solitario, con cui scrutava il mondo senza capirlo. Certo che morire ingannato è un brutto modo per conoscere la propria solitudine, Polifemo del mare, Polifemo mio. Ma eri così orribile e mostruoso nel cuore. Chi mai avrebbe voluto rubarti la solitudine? Chi veramente piange il tuo addio?

Odisseo non c’è più. Polifemo non c’è più. Nella mia vita, ricomincia tutto con questo vuoto, questo tornare senza macchia, senza errori, senza legami. È stato tutto. È avvenuto tutto. E ora tutto manca. Manca anche il coraggio di piangere. Di gioia? Di tristezza? Forse…

 

 

3. CORNUTI, monologo di Tecla

Un sabato sera tra amici: tre coppie come tante, tra le quali si aggira l’ombra del reciproco tradimento. A parlare è Tecla, donna in carriera, forte e sicura di sé, alle prese con un compagno poco vitale e un’amante che lo è fin troppo.

 

Sonia. Giona. Sono una cretina, vero? Eppure è sempre così. Io sono sempre stata la migliore della classe: brava, gentile, carina ed educata. La figlia che tutti volevano avere. Poi, arrivata in città per studiare, ho imparato ad essere  la migliore in tutto: la migliore bevitrice, la migliore rollatrice di canne, la migliore a letto. In qualunque letto. Maschi, femmine, compagni, professori. Ero una collazionatrice seriale di numeri di telefono. Ma era sempre sesso di una notte… o di una sera….di un pomeriggio. Di rado di mattina, perché al mattino si va a lezione. E poi un giorno, dopo il tredicesimo o quattordicesimo chupito, ho limonato Sonia per gioco. E il gioco mi ha portato a dormire da lei. Oddio, dormire… Io non sono lesbica, non lo sono mai stata e non lo sarò mai. Ma Sonia è stata in grado di farmi provare delle cose che… Vanity Fair parla di punto G: Sonia mi ha trovato tutto l’alfabeto, dalla a alla z e poi è tornata indietro. Ma poi, svegliatami, ho fatto una doccia, preso le mie cose e sono andata a lezione. Non era successo niente. Almeno fino al mese successivo: lo stesso identico giorno, il sette. È una specie di nostro mesiversario, mi disse Sonia. Io le dissi che non sarebbe più successo e il mattino dopo mi sono svegliata nuda con la testa sul suo seno. E da quel giorno succede sempre, di continuo, il sette di ogni mese. Io mi vesto in tiro, da professoressina sexy, come dice lei, e ci chiudiamo nel suo vecchio monolocale in periferia. E lì diamo sfogo a ogni nostra pulsione. Quando Giona e Diana sono entrati nella nostra vita ci siamo semplicemente dette: pazienza. Io Giona lo amo, davvero. Sarà il padre dei miei figli, ne sono certa. E saranno bellissimi, alti e intelligentissimi. Però  lui è… noioso! Monotono. Con lui  non simulo l’orgasmo, simulo direttamente di essere sveglia! Con lui è amore, con Sonia è… è quanto di più vicino alla felicità!

 

 

4. DOMICILIO VIA CAETANI CIFOTONARE MORO, monologo del Rabbioso

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro raccontata da cinque figuri, non meglio identificati, che incarnano l’animo e le pulsioni di quanto si nasconde dietro uno dei più oscuri fatti di cronaca. A parlare è il Rabbioso, figura pacata e a tratti taciturna, che, in questo monologo, racchiude l’essenza dell’ingiustizia subita (o da subire)

 

Rosso è il colore del sangue. Rosso è il colore del fuoco. Rosso è il colore del cielo in certe sere d’estate. Rosso è il colore di due guance in imbarazzo. Rosso è il colore dell’amore che vince. Rosso è il colore del pentimento. Rosso è il colore di chi lotta. Rosso è il colore di chi lotta. Rosso è il colore di chi lotta. Sempre. Sotto le porte della Bastiglia, sotto le mura di Leningrado, sotto l’oppressione della Democrazia Cristiana. Rosse sono le brigate della libertà. Figli di un dio minore al quale non credono. Una stella a cinque punte, un mitra nella mano, il baffone nel cuore. “Chi è più rosso di noi? Di chi è la giustizia? Chiamateci col nostro nome e noi saremo lo stato che non siete stati mai.” Ma chi volete essere voi, bambini viziati, che vi riempite la bocca di sporche parole e le mani di sangue innocente? “Per il popolo, contro i potenti”, ma ammazzate sempre i figli del niente: polizia, carabinieri, soldati semplici. Ditemi voi dove sta quel potere! Fermatevi un momento, guardatevi in giro, chiedete, chiedete alla gente: chi siete voi? Voi non siete niente.

 

 

5. è sempre in ritardo, monologo di Avarizia

Una commedia pulp che racconta le vicende di sei serial killer fuori dal normale, ciascuno chiamato come uno dei peccati capitali. Di seguito il monologo di Avarizia, alle prese con l’innamoramento.

 

Ma quale innamorato? Ma mi ci vedete? Innamorato di un’assassina… Ma poi anche se fosse, avete presente che stress sia essere fidanzati? Non so voi in che condizione vivete ma io me ne sono guardato bene finora e non penso proprio di iniziare adesso. E comprale i fiori, portala fuori a mangiare, e i cioccolatini, i gioielli e poi non vuoi andare a vivere insieme? E quindi metti su casa, affittala o comprala sono sempre cariolate di soldi che escono, poi l’arredamento, che se ti va bene finisci per passare tutti i tuoi weekend da Ikea a mangiare polpette di alce e a sniffare le colle del truciolato. Poi, perché no, un bel matrimonio, di quelli all’antica, in chiesa, con l’abito bianco, centinaia di invitati, le bomboniere…E poi i figli.. (quasi isterico) Ma avete la vaga idea di quanto costi avere dei figli? (respira affannato)

 

 

6. IL BABI DI VIA BARBAROUX, monologo di Gina

1958, una commedia sulla chiusura delle case chiuse. A parlare è Gina, una prostituta non più giovanissima che si confronta con Wanda, la proprietaria della casa, e con il suo avvenire non roseo.

Wanda cara, lei lo sa meglio di me che puttane siamo e puttane rimaniamo. Si può sperare di cambiare vita, ma in che modo? Ci vestiamo di un abito logoro, sfamiamo sette o otto marmocchietti che scorrazzano per casa, nutriamo un uomo che abbiamo amato solo cinque minuti e col quale siamo costrette a coricarci ogni notte e ci illudiamo che la felicità risieda in un abito blu a fiorellini bianchi. Io non sono mai stata così, e mai lo sarò, cara Wanda. E nessuna delle ragazze che è stata qui dentro è così. Io non voglio essere la donna di nessun uomo, semmai voglio essere la donna dalla quale ogni uomo vuole andare per sentirsi felice. Non si può cambiare questo destino, anche volendo. E ora devo uscire.

 

 

6. IO COMANDAVO BIRKENAU, monologo del Partito Nazista

Uno spettacolo ambientato nella mente di Rudolf Hoss, il comandante di Auschwitz, il “gestore” della macchina di sterminio nazista. Terminata la guerra, ogni suo ideale sembra svanire. Qui a parlare è l’incarnazione stessa del Partito Nazista, alle prese con il crollo di ogni ideologia.

 

La guerra è finita. La Germania è finita. Anzi, se quell’idiota di Speer avesse eseguito gli ordini del Führer, ora della Germania non ci sarebbe nulla con cui voi vincitore potreste banchettare. E invece, alla fine, nessuno è stato pienamente fedele a Hitler, all’Idea. È per questo che abbiamo perso. Alla fine siamo stati più deboli dei deboli, più inaffidabili degli italiani, più opportunisti degli ebrei, più ladri degli zingari, più incapaci dei polacchi, più deboli degli omosessuali. E quelli di noi che ne hanno consapevolezza dovrebbero quanto meno togliersi la vita, ora, prima di finire tra le mani di aguzzini giudei pieni di boria. Ma tutti, a proprio modo, sono fuggiti. Di quanti nazisti sono pieni i transatlantici italiani? Dov’è finito Mengele, dove Eichmann? Come si è dato la morte Himmler? E Göring? Quanti di noi, pavidi, sono finiti a Norimberga per farsi ridicolizzare? Davvero è stata questa la fine del glorioso Reich millenario? Davvero questa è la fine di chi voleva cambiare il mondo?

 

 

7. L’IMPERATORE VIVE ANCORA – monologo della Basilissa

In una corte immaginifica, fatta di simboli vivente, l’Imperatore, rappresentazione del potere, resta muto e quasi assente sul trono, circondato dai suoi cortigiani. A parlare qui è la Basilissa Autokratorissa, sua moglie e compagna, che incarna lo spirito della guerra.

 

C’è chi abita il mondo con le parole e chi lo vive coi fatti. E delle vostre parole, onestamente, ne ho le orecchie piene. Maestà, voi siete così bello quest’oggi. Così bello che mai potrete esserlo maggiormente. E i vostri cortigiani cosa fanno? Vi legano al trono, per paura che voi lo abbandoniate in loro assenza. Ma non serve. Io che siedo a lato del trono da prima che il trono stesso esistesse, so bene che quando l’Imperatore vuole cadere, o morire come dicono loro, lo fa senza dare annunci, senza il minimo sospetto. E quindi non vi chiederò di morire, maestà. Vi chiederò di ballare con me. Volete ballare, maestà? Vedete, maestà? Il mondo può essere bello, anche quando meno ce lo si aspetta. Mi amate ancora maestà? Non parlate, non ora. Non serve. Gustiamoci questa musica che musica non è. Lo conoscete ancora il silenzio, amore mio? Questo silenzio dolcissimo che pregusta l’esplodere dei cannoni. Da quanto tempo non salite in cima alla torre per vedere rosseggiare il cielo davanti a voi? Ricordate ancora, mio dolcissimo amore, quanto sia bello liberare la guerra per le strade della città? Ricordate ancora gli sguardi terrorizzati di quegli inetti dei vostri cortigiani? È facile vivere in una corte in pace, ma in guerra anche il più sadico dei vostri scendiletto non è nient’altro che un bambino spaurito di cui voi conservate gelosamente il bramato ciuccio. Ma voi non siete più in grado di spaventare qualcuno, lo sapete vero? Come possono i vostri nemici temervi se resterete così a invecchiare sul trono? Io esisto, io vi siedo a fianco perché finchè è forte il trono, le mie gambe possono riposare, lo sapete. Ma se si indebolisce il potere, a me spetta l’ingrato compito di lasciare la corte, attraversare le strade e diventare nuova amante di tanti e tanti umani, mentre il mio cicisbeo, il mio schiavo d’amore, mi seguirebbe pronto a portare via con sé i suoi nuovi compagni. Capite, maestà? Io non posso chiedervi di morire, perché la vostra morte siederebbe sul trono un nuovo Imperatore, giovane, forte, spaventoso. Ed io sarei nuovamente regina senza potere. Se voi invece resistete testardo sul trono, io riacquisterò il potere che mi spetta e a poco a poco sarò la legittima Autokratorissa, la Basilissa palatina che ogni impero merita. E quando poi verrà il momento della vostra dipartita, mio dolcissimo amore, in quel momento e solo in quel momento io siederò sul trono che mi spetta, e la guerra diverrà il potere stesso. Nessuno più mi costringerà ad indossare la maschera della finta pace, nessuno più mi darà ordini. Amore mio dolcissimo. Sopravvivi, fallo per me.

 

8. MANICOMI – monologo di Mercoledì

Sette persone senza nome, contraddistinte solo dal giorno della settimana in cui qualcosa dentro di loro si è rotto, per sempre. Qui parla Mercoledì, apatico e indolente, che si confronta con l’inutilità del vivere.

 

Svegliarsi la mattina non è facile. Soprattutto se non sai dormire la notte. Mia madre ha sempre detto che da neonato stavo sempre sveglio. Ma non piangevo, non avevo bisogno di qualcosa di speciale. Ma non dormivo. Se ne erano preoccupati, lei e mio padre, ma il pediatra disse solo che, evidentemente, non mi serviva dormire. Evidentemente non mi serve dormire. Perché ancora adesso io dormo poco, pochissimo, quasi niente. Dopo cinque ore al massimo il sonno svanisce perché ce ne sono di cose fare e in fondo, ma proprio in fondo, dormire non mi piace. Ricordo che da piccolo facevo sempre degli incubi, quando dormivo. Sognavo la cantina di casa mia, scura, nella quale mi era sempre piaciuto scendere, ma nel mio sogno in quella cantina scendevo una sera qualunque, felice, e c’erano i ladri ad aspettarmi. Ed io pronto a scappare, perché le forze c’erano, ma le gambe stavano ferme, pesanti. E la voce, peggio di tutto, la voce si strozzava in gola: come chiamare aiuto se ero muto? Un sogno che si ripeteva spesso da piccolo, e che ha continuato a seguirmi quando son cresciuto. Ma perché spiegarlo ad altri? E così quando mi risvegliavo da quell’incubo mi sciacquavo la faccia, mi vestivo e andavo a far colazione. Dormito bene, chiedeva sempre mia madre, dormito benissimo, rispondevo. La voce è un dono che non si spreca, soprattutto per spiegare cose incomprensibili a persone incapaci di comprendere. Ma poi uscivo di casa, ogni volta, e camminavo, camminavo con così tanta rabbia in corpo che calpestavo l’asfalto con una forza tale da fratturarmi la pianta del piede. Eppure no, niente. Il mio corpo era un contenitore ermetico: qualsiasi cosa facessi quella rabbia restava dentro, e più la conservavo più il mio corpo si faceva forte e resistente. Me ne compiacevo, infinitamente. Un giorno, tornando a casa dopo una di queste passeggiate di odio, mi madre mi vide sorridere. Come mai così felice? È andata bene la giornata? Avrò fatto seconda o terza media, non ricordo. Allora, non mi racconti? E cosa devo raccontarti, risposi, non c’è niente da dire… è solo che sono felice, la vita è bella! Sorrideva compiaciuta della gioia di suo figlio, mia madre, sorrideva perché, come sapevo, non aveva capito che quel mio sorriso era il più atroce tentativo di distruzione del mondo. E più lei sorrideva, incosciente, più io acquisivo consapevolezza del mio potere: stavo davvero distruggendo il mondo se una balla così grande veniva creduta solo per il potere del mio sorriso. Ed ero felice, davvero, come non lo ero mai stato in tutta la mia vita. Perché avevo capito, finalmente, che non serviva calpestare i passi per dominare il mondo, bastava il mio sorriso. Ero diventato onnipotente, all’improvviso. E sorridevo, sorridevo, sorridevo.

 

9. L’UOMO ARRABBIATO CON DIO – AFFAMATI – monologo del Padre nostro

I dodici apostoli alle prese con l’ultima cena e con un Gesù che, inaspettatamente, non si presenta al tavolo. Una riflessione sulla fame di altro, che si annida in ogni essere umano. In questo passo, la preghiera fondamentale del Cristianesimo, il Padre Nostro, è rivisto negli occhi degli affamati apostoli.

 

Padre Nostro: mio padre, generatore, essere che ha dato luce e vita a un desiderio, a una speranza, a un amore per diventare punto di riferimento, orsa maggiore. Non solo per me, per tutti: padre nostro. Che sei nei cieli: distante, lontano. Sei un punto di riferimento che non si può raggiungere e, per questo, immensamente grande e immensamente inutile, quando la necessità si fa grande. Se il vetro che separa bocca e pane tra un affamato e la credenza. Sia santificato il tuo nome, perché se in qualche modo non ti rispettiamo, se non rendiamo grande nei nostri cuori chi sei, o meglio, chi vogliamo che tu sia, perde senso questa fame, questo bisogno di te. Se non ti santifichiamo, possiamo anche cancellarti e passare oltre. Tanto, in fondo, servi solo per noi, non per te stesso.

Venga il tuo regno: perché quando tutti, uniti e separati, avremo la stessa fame, lo stesso bisogno di diventare altro da noi, allora avrà senso questa vita fatta di cose che mancano. Quando ogni affamato avrà al suo fianco qualcuno con ancora più fame, allora e solo allora avremo senso. Sia fatta la tua volontà perché noi, piccoli e insicuri, non siamo in grado di sentirci grandi e di scegliere per noi: se tu, esistente o immaginato, sei carico di desiderio, verso quel desiderio faremo strada della nostra vita. Come in cielo, un luogo lontano in cui non si può restare… perché è al cielo che tenderemo le mani quando ci sentiremo piccoli e indifesi, e al cielo che porteremo i nostri passi quando la fierezza ci porterà a voler diventare di più. Così in terra a noi uomini sarà dato di vivere sereni e felici: grazie ovunque tu sia, qualunque cosa tu sia. O grazie a chi, insano di mente, ti ha immaginato e creato perché ci venga data una speranza che non può essere disattesa né delusa. Dacci oggi il nostro pane quotidiano perché del nostro mangiare si faccia mattino ogni giorno, e di quel pane, che sei tu, noi sia abbia fame, per poter diventare sempre più grandi, sempre più potenti. Sempre più esseri umani, destinati per natura o per tuo volere, a cercare sempre una nuova strada, prima ancora di terminare la precedente. E rimetti a noi i nostri debiti per ricordarci costantemente che la nostra esistenza è fatta di legami e non solitudini: io esisto se esiste chi mi sostiene e mi affoga, esisto se intorno a me ci sono altri. E se di questi altri faccio parte anch’io per qualcuno. Come noi li rimettiamo ai nostri debitori? In che modo? Insegnaci, facci capire qual è il peso di tutto ciò, cosa vuol dire essere in tanti, essere parte di un tutto. Io non lo so, io non lo riesco ancora a capire. E non ci indurre in tentazione, ti prego, perché per uno come me, per un umano, avere fame può portare ad avere sempre una fame peggiore. A uno come me, a un umano, avere fame può voler dire scegliere il digiuno per cattivo consiglio o per malsano desiderio. E a uno come me, a un umano, non avere fame è solo un altro modo per volersi più male. Ma liberaci dal male in fondo, liberaci da questa accozzaglia di emozioni contrastanti, di equilibrio e miseria che è il nostro essere, la nostra vita. Insegnaci a morire o dacci il tempo di capire che ogni secondo della nostra vita è stato il percorso necessario per la morte che non abbiamo ancora imparato.

 
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